lunedì 19 settembre 2011

Reset

L'arancione delle foglie riflesse da un sole stanco annuncierà l'inizio di una nuova stagione.
L'estate risorgiamo di colori e lasciamo che sia il calore di un'aria densa a portarci via i pensieri.
Settembre invece assomiglia ad un reset. Ripartire, ricostruire. Dal bianco e nero, basici ed essenziali, per rinnovare una tavolozza di sentimenti ed emozioni con i queli riempire i quaderni del prossimo aprile.
Sta tutto nel concepire l'autunno come un contenitore di nuove possibilità, per rinnovvare gli auspici e le speranze e per goderne magari al ritorno del sole.
Somiglia ad un rifugio, l'autunno. O almeno è così che lo vedo. E' come tornare ad un letargo benefico per l'anima, che si ristora trovando nelle piccole cose l'essenzialità dei giorni che trascorrono lenti, lontani dalla frenetica esuberanza delle giornate estive.
L'autunno è meditativo. Raccoglie le ultime esperienze di un intero anno iniziando al contempo un bilancio di ciò che è stato e segnando in qualche modo le mosse che poi faremo.
L'autunno. Volevo descriverne l'arrivo e le sensazioni ad esso legate utilizzando una playlist ad hoc (nientemeno!). Ma ogni volta ne veniva fuori un personale best of del momento, il che non corrisponde esattamente ad un criterio universale di scelta. Ma, in fondo, quale criterio coordina inderogabilmente la musica che ascoltiamo? I testi costruti su una tematica a noi cara in quell'istante, come può essere, giustappunto, l'arrivo dell'autunno? Forse, ma non solo. A volte ci bastano una melodia giusta ed una voce che racconta di se, senza troppe spiegazioni razionali.
La playlist che trovate qui sotto è un insieme di tutto questo, un mix di parole precise, sensazioni ritrovate e digressioni melodiche che sembrano incastrarsi con questi giorni transitori, tiepidi, presi in mezzo dal grande ciclo delle stagioni.

Enjoy, if you want.


Dan Auerbach - "When The Night Comes" (dall'album "Keep It Hid")

Don’t be afraid
You’re only dreaming...

Una preghiera alla/nella notte. Che oltre al consiglio porta i sogni. Scrigni segreti delle nostre volontà.
Volendo cullarsi da soli in una notte del primo freddo, sarebbe la melodia ideale da registrare dentro un carillon.

William Elliott Whitmore - "Hell Or High Water" (dall'album "Animals In The Dark")

Folk asciutto come legna da ardere. Melodie al sapore di segatura e una voce che sembra averne respirata a sufficenza da far pensare che il nostro scenda giù da un bosco d'altura. E che abbia almeno settant'anni.
Sull'età sbagliate.
Sul resto basta attendere che entri quella dannata voce a scorticare questo spartito d'altri tempi per averne conferma.

Sean Rowe - "Jonathan" (dall'album "Magic")

Voce al sapore di vino, ma di quelli intensi, decisi, che tingono le labbra come pennarelli indelebili. "Paradossalmente" lo adorano in Francia, terra di uva delicate, e non capisco perchè noi ci ostiniamo ad ignorarlo amando così incodizionatamente, ad esempio, il roccioso Montepulciano.
Perchè in effetti si somigliano, per carattere e retrogusto.
Forti e gentili, come figli della stessa madre terra.

Scott Matthews - "Eyes Wider Than Before" (dall'album "Passing Stranger")

Un atterraggio di emergenza sul velluto di una voce consolatoria, rappacificante e meditativa. Prima di razionalizzare un sentimento, come ancora smarrirti dietro gli angoli delle emozioni che tornano, ciclicamente, come fosse sempre la prima volta. Come le stagioni.


Qualunque perdono dovrebbe passare di qui. E poi, per l'appunto, reset.


JBM (Jesse Marchant) - "In A Different Time" (dall'album "Not Even In July")


Sentirsi feriti da una voce. Penetrati e messi a nudo. Le fragilità, le paure, i rimpianti scaraventati alla luce di una verità che non sa dove nascondersi, se non liberarsi con benefiche lacrime. Un senso di impotenza difronte alla forza di un sussurro portato dall'eco di un vento esile che recita:


But if you'd hold my hand and we'd look to the sky
I think that there's a chance we'd once again feel alive
Ed è come se ti appartenesse da sempre, quell'immagine. E' già tua, ma non sapevi di averla.


Risvegliarsi e capire che si, siamo alle porte delle lunghe stagioni del freddo. Ma vuoi mettere riscaldare l'anima con un inno alla vita e alle sue piccoli grandi cose, come ad esempio un ritorno a casa dopo giorni di distanza?
Voce come whiskey d'annata. Calda, corposa, da gustare tutta di un sorso. Ideale prima, durante e dopo una temeraria passeggiata nella nebbia.


Alexi Murdoch - "Orange Sky" (dall'album "Time Without Consequence")


Lo invocheremo quell'arancione. Lo desidereremo "soffocati" da un cielo grigio nei giorni più abulici.
La canzone è un'invocazione, almeno per la nostra mente, recuperando immagini che abbiamo inconsciamente fotografato di un nuovo sole di Marzo. Rinvigorito dal suo largo giro intorno alla terra su cui presto tornerà a gettare le sue calde braccia.

mercoledì 3 agosto 2011

Cronaca di un pomeriggio rock - seconda parte

Siamo nel parcheggio interno alla zona concerti. Roberta, io e Sere ci sediamo sul marciapiede e acceso il registratore partiamo con le prime domande. Come da previsioni, Roberta è disponibile, attenta e risponde con precisione ad ogni quesito glissando soltanto sul significato più ampio che si cela dietro l'ultimo disco (molto probabilmente per colpa mia, avendo posto la domanda con poca precisione rispetto a quanto scritto).
Dieci minuti, tuttavia intensi e perchè no emozionanti. Stiamo parlando con un elemento della rock band italiana del momento, una formazione ormai storica che in dieci anni ha ridato dignità al rock italico con dischi di assoluto valore. Sul finire i toni sono meno professionali, sembra che nella barriera giornalista/musicista sia stato aperto un varco; ora siamo più confidenziali e ci scappano pure due risate quando interviene Sere per domandargli: "Se non foste diventati musicisti, cosa avreste fatto nella vostra vita?" E lei: "Alberto dice sempre che se non avesse fatto il musicista si sarebbe ammazzato. Nel senso che non avrebbe avuto nient’altro per la testa se non suonare! Luca (il batterista) probabilmente avrebbe fatto il disegnatore edile, perché ha studiato per fare quello. Ed io forse avrei studiato per diventare psicologa, per capire me stessa più che gli altri! Poteva essere auto terapia, però anche andare in tour con i Verdena è abbastanza terapeutico, capisci molte cose su te stessa e sulle altre persone. Anche se non ho una laurea in psicologia avrei molto da raccontare sugli esseri umani". Sere: "Chissà, magari scriverai un libro in futuro..." Roberta: "Si, un libro sull’antropologia del tour!" e giù risate. Già ce le vedo ste due diventare amiche.
Quando spengo il registratore capisco di aver raccolto del buon materiale; prima che lei vada via faccio la mossa giusta: "Posso lasciarti il disco, così lo firmate?" .... "Certo, dallo a me, ora torno nel camerino". Mi viene da esclamare Wow!
Roberta torna con il vinile autografato, manca solo la firma di Alberto che nel frattempo sta rispondendo alle domande dell'altra giornalista. Ringraziamo Roberta e attendiamo il cantante che, poco dopo, torna verso il backstage. Vai Fra. "Scusa Alberto, potresti..." .... "Certo". 
E qui, scena epica: piglia il pennarello, fa una A, poi una L, poi la B. Riflette. Compone il suo nome per intero con una calligrafia da ragazzino di quinta elementare fino a formare la O con un tratto più deciso. A questo punto ci guarda. Perplesso. Poi fa una smorfia con il  viso come a dire "più o meno". Saluta e se ne va.
Io e Sere siamo li con due faccie segnate da un sorriso di incredulità: ma sto tipo, che ha fatto?
Felici per l'esperienza e affamati dall'ora, ci avviciniamo all'area ristoro. Sere con voce suadente fa: "Certo che, l'hot dog, tiraaa..." . Forse si è eccitata incrociando lo sguardo di Alberto, o forse l'hot dog di Guarduagrele è afrodisicaco, non lo so. Glielo faccio notare ma lei ride. E' pure imbriaca?
Ceniamo e attendiamo i Verdena sul palco. Alle 23:00 ci siamo. Tocca a loro. Inizia il viaggio, ed è sempre un gran partire per dove ognuno sa.
Nel mezzo, l'ultima perla della giornata. "Scegli me" che Sere attende da matta dopo averla soltanto "sfiorata" durante il check. Alberto fa partire l'attacco al piano con due mani: tan, tan, tan, tan ,tan, tan, scegli meeee! C'è qualcosa che non va, ancora quel riverbero: pezzo davvero stregato se è dal pomeriggio che i quattro (con loro c'è anche l'amico Omid dal vivo) gli stanno dietro invano. Sembrano voler andare avanti, ma niente da fare. E qui Alberto da il meglio di se. Prima tenta senza successo di dare indicazioni al tecnico di palco, poi, in preda al nervosismo, inizia a battere i pugni sulla tastiera. Ci riprova e ancora nulla, ora è rabbia: di nuovo due cazzotti assestati al centro dell'incopevole tastiera e via dietro il palco. Pausa.
Gli altri capiscono il momento, Roberta sorride dispiaciuta e mortificata verso il pubblico. Siamo tutti con lei, con loro. Perchè nonostante tutto è un live set da paura quello dei Verdena: intenso, sudato, viscerale. Rock. Non c'è bisogno di perdonagli nulla, a noi va bene così. "Razzi, arpia inferno e fiamme" ci commuove, "Angie" ci fa cantare. E' tutto ok, davvero.
Alberto torna e dice: "Scusate, facciamo pena stasera". Cazzate. Ne vogliamo ancora. E allora dai con "Muori delay" e "Isacco nucleare". Gran finale con una jam di noise contorto insieme agli opener Mariposa.
Poi sautano con un secco "grazie, ciao".
Siamo felici, giornata piena. Io mi sento soddisfatto, come un vero reporter. Fosse sempre questa la nostra sbobba quotidiana! Ma per oggi niente lamentele, solo la dolce sesazione di aver goduto del rock e delle sue piccole grandi storie quotidiane.
Accendo il navigatore. Ripartiamo.

martedì 2 agosto 2011

Cronaca di un pomeriggio rock - prima parte

Sabato io e Sere siamo andati a vedere i Verdena. Trasferta collinare to Guardiagrele rock city. Roba da navigatore per chi, come noi, parte dalla provincia di Pescara per passare nel territorio estero della provincia di Chieti. E nemmeno si parla del centro cittadino: zona industriale dispersa tra lande abruzzesi rigogliosamente colorate di un verde estivo. Impreca con il satellite, chiedi un informazione ad un autoctono e la sana botta di culo, alle 17e30 siamo alla "venue", parolona che non sentivo da un'infinità di tempo e che nel gergo degli uffici stampa sta per "luogo del concerto". Ufficio stampa in questo caso della band suddetta: siamo li per intervistarli, mica bruscolini. Band che definire ostica è dire pochissimo; nota, infatti, è la loro avversione per giornali e giornalisti, o presunti tali, che puntualmente, ad ogni uscita discografica, sono li a deprimerli con un fuoco di domande paragonabile ad un copione perpetuo. E un pò li comprendo. Dunque lavoraccio sporco, da ore passate in cameretta a rimuginare sulle virgole di ogni quesito composto con tutta la professionalità possibile e con un filo costante di riverenza che la mia/nostra passione per la loro musica provoca inevitabilemte. Zaino in spalla, registratore-macchinetta, vinile di "Wow" e pennarello indelebile per apporvi su gli autografi: il kit del perfetto fan è ok. Vamos!

Come da accordi con il loro disponibilissimo e gentilissimo tour manager Roberto, attendiamo la band che, al nostro arrivo, sta completando il soundchek. E qui, nemmeno il tempo di godere di una "Scegli me" versione "mi godo il palco senza nessuno stronzo davanti a coprire la visuale", capiamo subito che saranno cazzi.

Alberto, leader della band, ha un problema al microfono: l'attacco del pezzo provoca una specie di rantolo riverberato. Prova e riprova a sistemare l'assetto, la tensione sale e lo scazzo tra l'irascibile moro e gli altri placidi compagni aumenta all'inverosimile. Io e Sere ci iniziamo a guardare preoccupati; tutti e due sappiamo che non sarà facile averli vicino e a loro agio dopo un chek andato quasi a escort.

Sono le 18e15 circa quando i tre scendono dal palco: cazzo, tocca a noi! Eh si, siamo tesi, almeno io lo sono. Sere c'ha sempre quell'aplomb da giornalista affermata che mi fa paura ed io, al confronto, sembro un novellino. Ma sono i Verdena, mica i Dik Dik. Mi do un contegno il tempo necessario per riordinare le idee ed ecco arrivare in avanscoperta il tour manager ad offrirci le prime indicazioni. Siamo li in quattro ora, un'altra giornalista è sul posto accompagnata da un'amica, anche loro prenotate per due chiacchiere con la band. Mi scappa subito un "e che cazzo!" mentale all'idea che lo smaronamento per la band sarà doppio dopo ben due sedute di psicologia rock. Pazienza. Il tour manager ci avvisa subito: "Arriveranno Roberta (la bassista) e Alberto (il cantante): nel primo caso registrate come volete, nel secondo niente video" Interviste separate. Bene.

Dopo il preambolo del chek tifo silenziosamente per avere Roberta, non per timore reverenziale dell'affascinante leader con l'umore contorto, ma per la risaputa disponibilità al dialogo della rossa musicista che, al contrario di quest'ultimo, ha più cura nel rispondere con precisione alle domande, senza divagare a piacere come sotto effetto anfetaminico (ad onor del vero, a fine serata sentirò un po il dispiacere di non averli potuti beccare insieme, sarebbe stato molto interessante, ma in fondo va bene così). Il boss dice che noi siamo i primi e in quanto tali ci tocca la Roberta; lei arriva e soddisfatti ci presentiamo, stretta di mano decisa e via alla ricerca di un posto appartato per iniziare l'intervista.

sabato 23 luglio 2011

There's something in his eyes...

Qualcosa che trascende la materilità, che si compie solo nella bellezza benedetta dall'arte.
La sua figura iconica lascia presagire come tutto in precendeza fosse già scritto: da terre lontane, lo spirito di un guerriero nobile giunge a disegnare i lineamenti di un corpo che sarà tempio di un'anima troppo grande da contenere e troppo grande da controllare.
Nello spazio di una breve vita dispensa poesia inquieta, sognante e ribelle per la sua epoca e per i suoi figli. Poi agguanta il rock, giovane e magnetico mezzo espressivo di una nuova generazione, cavalcando il suo ego lanciandosi dentro labirinti di pura follia creativa.
E' solo l'inizio di un processo interiore che avrà fine, follemente, su lidi fin'ora a noi sconosciuti. Lui è li, sospeso tra nuvole lisergiche e verità rivelate dopo un'intera vita di interrogativi, affrontati con la cusiosità mai sazia di un ragazzo costantemente in procinto di pagare un prezzo carissimo per il dono ricevuto e per la responabilità, mai realmente accettata, della missione a lui prescritta.
Ma è con la follia del sognatore che il mondo può aspirare a cambiare.
Tutto questo sembrano riassumere ed esprimere quegli occhi densi, letteralmente animati da un fuoco atavico che imperterrito continua a bruciare su legna appartenuta ad antiche porte, ormai socchiuse dal tempo.
Vorrei, per un istante soltanto, entrare in quel mondo e lasicare dietro l'uscio la paura per una nuova esperienza, per vedere oltre l'infinito delle cose, rivelate per ciò che sono; per immergermi nell'io e fottere "questa" realtà.
Vorrei mi bastasse tutta la sua musica, la loro musica, per comprendere quanto la mente è capace di dilatare e donare nuovo significato alla strada che percorriamo, soprattutto nei momenti in cui ci sfugge la bellezza di ciò che c'è intorno; come spaesati, senza dimora, e privi di destinazione.
Se solo avessi le capacità per decifrarne il senso, quegli occhi mi apparirebbero meno estranei di quanto in realtà non sono. Perchè questi, avvolti dal mito, mi ammaliano e scacciano via ogni  mio tentativo di razionalizzazione. Costringono a specchiarti con prepotenza e senza ragione, ed è li che tutto appare esattamente com'è: magnetico e senza fine, e il cerchio sembra chiudersi.
Come portatori di un messaggio che vuole essere universale, rivelano la loro natura lungo un percorso che non poteva essere che quello disegnato nell'iride.
Un percorso che era già dentro colui che li "indossava".

giovedì 14 luglio 2011

Qui dentro Ci Si Skiaccia!

Spunta una foto: il sottoscritto, primi anni ’90. In testa, sopra il berretto puntato a sud, cuffie due volte più grandi delle orecchie collegate ad un Sony Walkman agganciato alla cinta dei pantaloni che fa fatica a tenere su, allo stesso tempo, le brache e il marchingegno. Tutta colpa di una musicassetta, la prima duplicata da un cugino più grande e più scafato di me che guardavo con un misto di ispirazione e invidia. Da quell’improbabile lettore pratico come un’edizione tascabile di “Guerra e pace”, sparo letteralmente in cuffia “La mia moto”, secondo album di Jovanotti. Prima di allora erano state le musicassette dello Zecchino d’Oro ad avermi sconvolto l’esistenza; tutti quei canti innocenti, quell’allegria perenne, quei bimbi dinamici come i manichini della Upim: il Piccolo Coro dell’Antoniano era la mia terra promessa; giocattoli, biscotti e rock‘n’roll.
Poi arrivò lui, uno spilungone con la “s” offesa, giubbotto da baseball e felpa legata in vita che stendeva rime veloci e sghembe su basi martellanti. Dopo il primo ascolto abbandonai all’istante l’età dell’infanzia; a quel punto avevo visto l’America: pretendevo un Harley e volevo essere il capo di un’ipotetica banda.
Lorenzo Cherubini aveva sdoganato gli USA in Italia condensando ingenuamente nella sua figura l’immaginario della “street culture” delle metropoli americane, un mix di rap e skate park, muri colorati da graffiti e potenti motociclette truccate. L’effetto sui ragazzini, soprattutto su quelli di provincia, fu devastante. A me sembrò di aver scoperto un mondo intero.
Ho sempre avuto la sensazione che i miei capissero cosa stessi provando, nonostante viaggiassero in macchina con un invasato sul sedile posteriore che aveva requisito lo stereo della loro Fiat 127 per gasarsi sulle note di “Ci si skiaccia”. Quello stile, quella sfrontatezza, quel disordine dialettico tra le rime, stavano creando un nuovo ed inevitabile spartiacque generazionale, il mondo adulto da una parte e quello dei giovani dall’altra, qualcosa che anche loro dovevano aver provato. Probabilmente ballando e cantando “Prisencolinensinainciusol”. Jovanotti divenne l’Adriano Celentano della nostra generazione.
La critica, ovviamente, provvide a smontare minuziosamente pezzo per pezzo  questo “simbolo del disimpegno giovanile”.
Ma, onestamente, chi avrebbe scommesso all’epoca sul futuro del Jovanotti cantautore e sulla sua crescita artistica? Forse nemmeno mastro Cecchetto dopo aver ascoltato le evoluzioni di “Penso positivo”. E invece le esperienze, i libri divorati, i  viaggi, la paternità, i lutti, la politica, la religione, cambiarono il senso delle cose, la totale prospettiva del percorso. Jovanotti diventava sempre meno Jovanotti per trovare sempre più Lorenzo. Una crescita personale autentica, sintetizzata in musica con dischi come “L’albero” e “Capo Horn” fino all‘ultimo “Ora”, che hanno accompagnato la nostra crescita in un continuo viaggio parallelo, il suo e il nostro. Credo stia qui il senso di questa storia, quella di un ragazzo che per sua stessa ammissione non aveva alcuna dote particolare come cantante, ma che sentiva di poter comunicare vita.
Quella musicassetta duplicata, miracolosamente, è ancora qui. Dentro, tra i titoli scritti a penna, c’è un mio appunto che recita: “grazie Jovanotti. Ti voglio bene”. 
Cavolo se gliene voglio ancora.

giovedì 7 luglio 2011

Dieci frasi che potresti sentire in un call center...

... e decidere, di conseguenza, di licenziarti all'istante*.


10. "Signora, stia assolutamente tranquilla. Dando l'assenso telefonico a questo contratto non le cambieremo nulla..."
(Se non ti piglia un rimorso di coscienza entro 15 secondi sei un uomo spietato...).

9. Team Leader (figura professionale predisposta al controllo qualitativo delle chiamate): "Ragazzi, rendetevi conto che qui dentro potreste trovare l'occasione della vostra vita! Certi treni non passano due volte..."
(Suggerisco una risposta: "No, grazie. Preferisco piuttosto finirci sotto, al treno").

8. Team Leader all'operatore: "Signore, dovrebbe fare la visita medica, prego da quella parte..."
(L'avevo detto che quel feedback che sento da quando lavoro qui non era un difetto della cuffia....).

7. Durante il finto colloquio, la Direttrice: "Lei ha mai fatto esperienze di selling?". (lungo silenzio). Aspirante operatore: "Si, ehm...su ebay, ogni tanto apro qualche asta...". Direttrice: "Perfetto, lei ha tutte le competenze per iniziare!".

6. Team Leader (mestruanda): "Senti, dovresti toglierti l'orecchino. Per piacere, camicia dentro e giacca domani. E mi raccomando la cravatta sempre! Qui dobbiamo apparire professionali ai nostri clienti!".
(Ma da quando utilizziamo le videochiamate!?).

 5. Team Leader (un Costantino Uomini&Donne 2.0, stiloso e super accessoriato): "Voi ragazzi immaginate che questo muro bianco di fronte a voi sia la vasta distesa dei clienti. Noi, con le nostre capacità di venditori, andiamo a dare delle pennellate decise di rosso fino a riempire il bianco. Siamo artisti del commercio".
(E' chiaro. Questo fuma solo roba buona).

4. Team Leader: "Ragazzi! Attenetevi al copione, non prendete iniziativa e portate a casa il contratto!"
(La recita di fine anno è sempre il momento più atteso da tutti).

3. Operatore: "Pronto, signora Euripide!? Bungiorno! Mi ascolti sono...". Dall'altra parte: "Signor Euripide. Giovanotto, mi sa che lei il capitolo sulla Grecia l'ha proprio saltato a scuola...". Operatore (con faccia da ebete): "Ehm, ah, si..credo. Chiedo scusa, buona giornata a lei...".

2. Operatrice, in evidente stato di astinenza da membro maschile, applica il metodo "Il Padrino": "Signora mi ascolti, signoraaa! Signoraaa, mi ascolti. Guardi, le faremo un'offerta che non potrà rifiutare!".
(Al massimo una capoccia di cavallo nel letto la farà riflettere meglio...).

1. Operatore: "Pronto! Maaaa bungioooorno signor Enzoooo!" .... Enzo: "Ma n'atevela a pija n'der culo!" .... Operatore "Grazie a lei e arrivederci!".


*tratto da una storia vera.

mercoledì 6 luglio 2011

122 Sant Mark's Place - Est Village, New York.

Finalmente ho visto il Sin-é.
Papà dev'essere crollato alla mia ennesima richiesta. Erano mesi che lo stressavo: desideravo entrare in quel locale, soltanto questo. Niente tour panoramici, niente statua della libertà, niente Empire State Building. Solo un piccolo locale dall'arredamento minimale nel cuore di New York, al 122 di Sant Mark's Place, nell'Est Village.
Era come l'avevo sempre immaginato.
Assi di legno sul pavimento, tavoli e sedie consumati disposti casualmente all'interno, un vecchio bancone in tinta che resiste ancora alle scivolate dei cocktail. Non c'era nessuno. Quel locale viveva esclusivamente di notte, erano le persone ad animarlo, così come ogni locale del mondo.
Era pomeriggio.
Nitida l'emozione che provai soltanto nel varcarne la soglia. Un calore familiare, una stretta intorno alle braccia. Era come fossi stato sempre li, era come se ogni centimetro quadrato di qual posto conoscesse me e mi attendesse da tempo. Dentro, in quell'istante, ero profondamente felice e triste.
Ad accoglierci soltanto il proprietario, barman irlandese immigrato qui sul finire degli anni '80, costretto e ammaliato dal grande sogno americano. Ci saluta ed invita a restare nonostante il vuoto intorno a noi.
Ci osserva e capisce subito: stranieri. Quando gli dico cosa ci facciamo li rimane stupito dal nostro sacrificio immolato sui chilometri percorsi alla ricerca di qualcosa che in fondo non c'era. Tutto ciò che può fare è omaggiarci offrendoci un caffè, caldo, lungo, nero nella profondità del suo pratico contenitore di plastica.
Papà mi guarda, ho già capito: non è caffè italiano; lui è fatto così. "Pà, dai...". Lo riprendo immediatamente ma è troppo educato per rifiutarlo e la questione scivola via senza dover aggiungere nulla.
Mi guardo intorno, cerco ogni particolare. Ora che sono li, ora che ho toccato quelle mura e calpestato quel pavimento sento di aver chiuso il cerchio. Un tributo come ringraziamento. Un viaggio come per ritrovarci laddove mi ero perso, tra note di melodie senza consistenza, piombate dal cielo come stelle cadenti, desiderate da eterni sognatori a tal punto da sottrarle al cielo.
Può una stanza, una strada appena fuori, le vetrate del palazzo di fronte, il marciapiede ampio, un sottoscala, catturare e impregnarsi di magia, di una voce, del riverbero controllato delle corde di una telecaster color crema restando materiali di una quotidianetà che scivola via veloce? I miei occhi riempiono lo spirito, registarno forme e geometrie intorno, pronte per essere collocate nella cartella del ricordo. Sono qui. Incredibile, sono qui.
Eppure, nel contempo, avverto un senso di incompiutezza.
La Storia è già passata.
Non c'era nulla che i potessi fare davanti a l'ineluttabile sentenza del tempo.
Sentii improvvisamente di esser solo. Di aver mancato la creazione del vortice su cui più tardi avrei potuto soltanto volteggiare come un satellite attratto magneticamente.
Non importa. No, non ora ne mai.
Ciò che sto vedendo è già un dono. Una visione, un regalo. Ciò che ho già avuto sarà per sempre.

Fine.

La sveglia. Stacco la faccia dal cuscino. Sono a casa.


                                                     Grazie. Ovunque tu sia.